Una donna spezzata di Simone de Beauvoir

“Donne non si nasce, si diventa”. E’ questo uno degli slogan più famosi di Simone De Beauvoir che la rende ancora oggi una figura carismatica agli occhi di un pubblico femminile pronto a riscattarsi da una condizione di stallo interiore e sociale. Ed è proprio con spirito anticonformista e aspettative di rivincita che molto spesso ci si accosta alla lettura del suo libro “Una donna spezzata” scritto e pubblicato nel 1967.

In realtà il romanzo tutto è tranne che un testo dal piglio ribelle. Le tre protagoniste dei racconti “Una donna spezzata”, “L’età della discrezione” e “Monologo”, alle quali l’autrice dà voce, sono donne che a un certo punto della loro vita ricevono un duro colpo e devono abituarsi a fare i conti con una frattura interna insaldabile.

Monique, moglie devota, mamma premurosa e massaia appagata, scopre il tradimento da parte di suo marito nel momento in cui le figlie, che ormai si sono create una propria vita, sono lontane da lei. Si ritroverà così ad affrontare, nella più completa solitudine, un tormento interiore fatto di angosce e di ossessioni, amplificate al punto da domandarsi se in fondo è mai stata davvero padrona della sua esistenza. Quando rivedrà sua figlia minore, le chiederà come questa la vede in qualità di donna e la ragazza prontamente le risponderà: “Manchi di difesa”. Qualcosa si smuove dentro di lei e, con grande timore, si avvia verso il suo ignoto futuro.

Della seconda protagonista non si conosce il nome e viene presentata come un’insegnante di letteratura francese, dalle idee politiche di sinistra, che ha alle spalle rinomate pubblicazioni come scrittrice, tranne l’ultima che si è rivelata un insuccesso. E’ una donna emancipata dai solidi principi etici e politici che, giunta a un’età matura, fatica ad accettare la nuova piega che sta prendendo la vita del figlio Philippe.  Le sue reazioni appaiono eccessive nei confronti del giovane che la pensa diversamente da lei, al punto da allontanarlo. Appare così una madre egoista e presuntuosa che, a differenza di Monique, affronta il suo ruolo materno con grande inflessibilità. Le due rappresentano il rovescio della stessa medaglia: laddove la prima si sente invincibile, fra le mura domestiche, l’altra percepisce l’instabilità del suo essere donna, impeccabile, che vuole ottenere tutto, successo e consenso da tutti. La sua smania di controllo viene meno nel momento in cui suo figlio le si oppone, mostrandosi come individuo altro da sé, che non rispecchia il risultato dei suoi insegnamenti. A questo punto la madre mostrerà tutta la sua intransigenza di donna solida, fino a domandarsi, nella conclusione: “Potrò ancora lavorare, sì o no? Il mio rancore verso Philippe s’affievolirà o no?”.

Protagonista dell’ultimo e terzo racconto è Murielle che, diversamente dalle prime due, non ha trovato il suo posto nel mondo e viene sorpresa nel momento più doloroso della sua vita: sola e abbandonata dagli affetti più cari, madre e amanti, soffre atrocemente per la perdita della figlia, suicidatasi, e per aver perso la custodia del suo secondo figlio. Se Monique e la madre di Philippe reagiscono secondo i dettami borghesi di discrezione e compostezza, Murielle si esprime in maniera concitata e scurrile. In concomitanza lo stile del racconto si fa infatti più vivace e veloce. Questa volta non sono le convenzioni sociali ad irretire la figura femminile, ma un giudizio ancora più duro e spietato, quello del tribunale interiore che punisce, senza alcuna possibilità di assoluzione, le donne vittime della mancanza d’amore verso se stesse.

L’autrice quindi, facendosi da parte silenziosamente, mostra al proprio pubblico il quadro desolante di una paralisi interiore tipica della condizione femminile universale. Ostacolate dai propri mostri interiori (la dipendenza emotiva da legame convenzionali, la mania di perfezione e di dimostrare il proprio valore a tutti i costi, la pessima valutazione del proprio ruolo di madre agli occhi della società), le donne non si rendono conto che spesso si incatenano da sé. Simone de Beauvoir intende proprio creare una frattura nel cuore delle lettrici affinché reagiscano a quei dettami sociali che le vogliono sottomesse e, soprattutto, che affrontino con se stesse una vera e propria battaglia che le conduca alla vittoria più importante: la stima verso di sé.

“La porta dell’avvenire sta per aprirsi. Lentamente. Implacabilmente. Io sono sulla soglia. C’è soltanto questa porta e ciò che v’è nascosto dietro. Ho paura. E non posso chiamar nessuno in aiuto. Ho paura”

 

 

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *